Niente da aggiungere
Il treno delle 18.45 è in orario, in questi giorni è cosa piuttosto rara. Il venerdì non c'è mai molta gente e ci si riesce a sedere. Stiamo viaggiando da una ventina di minuti circa e io sto argomentando (di nuovo?) le mie teorie sulla presunta sessualità dei puffi. Due sedili più in là un uomo non troppo anziano, ben vestito, parla con una ragazza sulla trentina dall'aspetto importante, con tanto di tailleur gessato grigio e portatile ultrasottile. Non bado alla loro conversazione, naturalmente, ma il destino (o forse i miei compagni di viaggio) vuole che io smetta di parlare proprio in questo preciso istante:
L'uomo, indicando con un gesto veloce:
"Questo posto una volta era riservato ai mutilati di guerra"
Lei sorridendo:
"Beh... tanto non esistono più i mutilati di guerra"
Non sei triste, anche se gli altri si ostinano a pensare il contrario. Non stai nemmeno cambiando, ti piace come sei. Stai soltanto ascoltando… ascolti i consigli, ascolti critiche e giudizi sul tuo carattere troppo poco sensibile, sul modo in cui ti tieni stretti i pensieri e le parole che li esternano, sulla tua non-voglia di discutere. Li ascolti mentre dicono che ti dimentichi delle persone, che sei un pensiero felice, che sei straordinaria. Li ascolti quando ti danno dell’ipocrita, quando dicono che hai talento, che hanno voglia di vederti, che si sono scordati di chiamarti, che sei in gamba e ce la puoi fare, che non hai il coraggio di cambiare. Incoerente, divertente, arrogante, infantile, alla mano, insicura, matura.
Ma tu sei molto più sensibile di quanto credono e le persone non le hai mai dimenticate… nemmeno quelle che se lo meriterebbero. Non sai mentire e quindi taci, certe verità è meglio tenersele strette. Sai bene che le persone straordinarie non sono le migliori, in quanto sono straordinarie anche le delusioni che portano, ma sei felice e non hai altro da desiderare. Non vuoi desiderare. Hai la sicurezza di non essere ipocrita, ma incoerente sì… e tanto. Forse il coraggio di cambiare ti manca davvero, e allora ci bevi su.
Ho perso del tempo. Non ho idea di dove sia finito... di solito ho bene sott'occhio il suo scorrere, lento o veloce che sia. Ma quei venti minuti sono letteralmente scomparsi.
Complice il rassicurante rifugio del bar, forse, e la pioggia guardata di traverso dalla vetrata centrale. Le maniche della prima maglia a collo alto tirate fino alla punta delle dita, il vociare sommesso e per nulla fastidioso, i Turin Brakes in filodiffusione, il cappuccio, abbandonato a raffreddarsi sul tavolo e un libro che è riuscito a non deludermi. Poi il telefono: "Oi... dove sei? Al bar? Ancora? Ma hai visto che ore sono?" Puff! Incantesimo spezzato, io torno nella mia realtà, incredibilmente in ritardo...